Il lavatoio

 Un altro contributo di Gianni Nivola tratto da Supertele per ricordare le origini del calcio oranese.

Il vecchio lavatoio era una scatola vuota, bucata dai fori delle grandi finestre ad arco, finestre senza

infissi sui due lati dell’edificio riparati dal maestrale.

Un tempo, il lavatoio risuonava dei canti e dei bisticci delle donne che facevano il bucato. I rovi

delle campagne circostanti erano un immenso stendi biancheria, vigilato dai fratelli minori delle

donne, che facevano la guardia, armati con un bastone, ai panni stesi ad asciugare.

La costruzione contava di due file di vasche in cemento che si specchiavano l’una con l’altra. Sono

cresciuto identificando le diverse vasche in relazione alle donne che abitualmente le utilizzavano.

C'era la vasca della signora gentile, usava un sapone profumato, aveva piedi sempre in ordine sui

sandali, ci si poteva giocare vicino e persino farci il bagno, se qualcuno aveva il coraggio di

rischiare d’essere sorpreso dalla mamma; la vasca di quella signora stanca, sguardo triste, sempre

incinta, senza sogni. Da evitare assolutamente la vasca della donna puzzolente, con la sua acqua

nera, melmosa e maleodorante, acqua dove si diluivano tutti i tremendi segreti di quella famiglia

disgraziata e misteriosa.

Poi, assieme al parrucchiere per signore, arrivò la lavatrice, le vasche si svuotarono ad una a una ,

ricordo perfettamente le diverse tonalità di colore che il muschio acquistava al loro interno, man

mano che le pareti in cemento perdevano il contatto con l’acqua.

Solo la vasca puzzolente rimase a lungo piena, quasi che nessuno, avesse il coraggio di liberare,

svuotandola, tutti i suoi tremendi segreti.

La comparsa di un operaio armato di mazza fu un avvenimento nel vicinato, entrò nel lavatoio con

passo annoiato e la noncuranza tipica dei grandi, iniziò a demolire la sommità delle vasche.

Accovacciato su una delle finestre, assistevo curioso alla novità, fino a quando l’operaio non iniziò

a demolire la vasca di acqua nera, ultima a sinistra della seconda fila, ero convinto che questa

avrebbe resistito alla mazza. Una volta decapitate, le vasche furono annegate nei detriti, il

pavimento del lavatoio, seminterrato rispetto alla quota esterna, permetteva, infatti,

quest’operazione. Il tutto fu completato dallo spargimento di sabbione. Il risultato finale era un

piccolo campo di calcio al coperto.

Meraviglie delle meraviglie, qualche sera dopo l’edificio s’illuminò ed il quartiere si animò

improvvisamente, per la presenza di diverse automobili.

Il vecchio lavatoio era stato mutilato e trasformato nel campo d’allenamento della squadra di calcio

del paese.

Se avevo provato qualche accenno di sofferenza nel veder demolire le vasche, la dimenticai

immediatamente. Ancora e solo il calcio, cornice dei miei sentimenti, dei miei pensieri e delle mie

emozioni.

Le tute dei calciatori erano blu scuro, molto aderenti, la chiusura lampo sul davanti, uguali a quelle

dei professori di ginnastica delle commedie all'italiana anni 70.

L’allenatore non sorrideva mai, stava lì a guardare con severità, pensavo che il “Mister” fosse il

depositario di tutte le conoscenze del mondo. I calciatori forestieri, non del paese ma ingaggiati per

difenderne i colori, mi apparivano misteriosi ed inavvicinabili, mi stupivo persino quando li vedevo

bere dalla stessa bottiglia dei compagni, pensavo che il loro fascino dovesse essere affermato anche

da una bottiglia esclusivamente destinata a loro. Parlavano in Italiano. I calciatori del paese

parlavano invece in dialetto e il suono della lingua madre, durante le azioni di gioco, mi suonava

strano. Nonostante il dialetto erano, ai miei occhi, non più ragazzi che incontravo in paese in ogni

momento, ma persone speciali, dai quali ero orgoglioso di ricevere un saluto od una pacca sulla

spalla. Poi tutti quei palloni, pesanti e col cuoio graffiato, ruvidi, così più credibili del mio “Super

Tele Rigonfiabile”, pallone quest’ultimo, che una volta calciato, vista la sua leggerezza, acquistava

traiettorie completamente indipendenti dalla volontà dei bambini. Sera dopo sera, acquistavo

coraggio, finché alla fine finii per assistere agli allenamenti dall'interno, seduto in un angolo, per

terra, col cuore gonfio di gioia. Allora capitava, di tanto in tanto, che un pallone mi rotolasse vicino,

e potevo, per un po,’ tenerlo tra le mani, saggiarne il peso, cercare di leggere, attraverso i graffi del

cuoio, la storia delle mille azioni di cui era stato protagonista, cercando di ricostruirne le traiettorie

e di indovinare per quale partita era stato utilizzato. Che splendido magico oggetto, sferico come

tutte le cose perfette, senza inizio e senza fine, senza centro o periferia, capace di volare e di

atterrare morbidamente, gonfiando la rete, senza rumore ma sospinto dal frastuono di mille voci

appassionate. Passavo così le mie sere , estasiato e sognante, mentre i piedi sacrileghi dei miei primi

eroi, calpestavano i cadaveri sepolti delle vasche del vecchio lavatoio, ora diventato museo

“Nivola”.


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